Laboratorio Artistico con le opere di Malè, tra esperienza formativa e culturale

Articolo scritto da Miriam Martini – Rif. Laboratori artistici con bambini durante l’evento “Distanze e differenze Malegate Con Arte

I bambini mi stupiscono sempre! Eccoli che arrivano mentre il timore di annoiarli si fa preponderante. Le maestre si fermano e li raggruppano in file, io seguirò una classe.

Li saluto, la maggior parte di loro risponde, i nasi per aria, mentre esplorano con lo sguardo il luogo sconosciuto in cui si trovano.

Un respiro profondo e comincio. Racconto la storia dell’edificio, giusto qualche notizia breve, ma significativa di Villa Pace, mentre li porto nella prima sala.

 Partiamo da “Il piccolo portatore d’acqua” una captatio benevolenza del mio giovane pubblico: il soggetto coloratissimo di quest’opera è un bambino che introduce i suoi coetanei, per adesso ancora spettatori inermi, in un mondo di colore, forme e suggestioni di un Paese lontano.

La prima cosa che faccio li sorprende sempre, non mostro il fronte del quadro, ma capovolgo la tela e mostro il retro.

“Questa non è a tela di un pittore – spiego sorridendo – ma è un pezzo di tessuto grezzo in cui i venditori di tappeti avvolgono la loro merce. Quando hanno venduto tutta la merce questi teli vengono buttati via, allora Antonio Malè li raccoglie e guardate cosa combina su quello che poco prima era un rifiuto”. Sollevo la tela e adesso i colori e le forme sembrano ancora più belle ai loro occhi, che si fanno interessati.

Mostro le linee che stilizzano la forma umana: la testa, il corpo con l’abito, braccia e gambe e l’otre sul capo. Dietro al portatore i profili degli adulti, che osservano con attenzione il portatore d’acqua, incaricato di uno dei compiti fondamentali per la vita della comunità: procurare l’acqua al villaggio. Spiego che nei villaggi del Mozambico non esiste acqua corrente, non ci sono le fognature e i pozzi sono pochi e quindi spesso molto distanti dai villaggi. Il portatore di acqua, il bambino diventa così fondamentale per il mondo adulto che lo osserva con attenzione e con rispetto.

Spiego come Malè utilizza i colori, li usa come simboli di un messaggio: l’azzurro suggerisce l’acqua, che porta vita; il marrone indica la quotidianità, la normalità; il verde, come in Italia, simboleggia la speranza; il rosso richiama la vita, come energia vitale.

Concludo facendo loro visivamente accarezzare la superficie granulosa della tela. “Questo pittore non si accontenta di usare i colori, vuole che le immagini vibrino, siano movimentate, allora stende sulla tela del materiale come la sabbia, le garze, la segatura, persino la carta igenica (questo li fa sempre ridere) per dare uno spessore in più alle sue figure”.

Materiali, tecniche, forme e contenuti. In un’opera di Malè c’è tutto questo e tutto alla portata degli occhi semplici e curiosi dei bambini, anche se molto giovani.

Quando i bambini dopo la terza tela cominciano a riconoscere i segni che compongono le figure, non faticano a leggere i quadri e allora tutto diventa interattivo, non spiego più, domando e loro gareggiano per rispondere. Il “piede” e “l’uomo-goccia” sono sempre i primi a essere individuati e allora sono loro stessi a domandare in modo più specifico i contenuti e a trasporli nelle loro realtà: la madre in cinta visitata dal villaggio permette loro di raccontare l’arrivo del fratellino, la festa di nozze ricorda loro il matrimonio a cui hanno partecipato. Alcuni bambini stranieri intervengono spiegando ai coetanei le usanze del loro Paese, sembrano felici di poter condividere la loro identità d’origine.

Sono molto attenti quando spiego con un tono di voce più solenne alcuni valori importanti: la preziosità dell’acqua, l’attenzione ai più piccoli, la condivisione nel villaggio di un momento spiacevole, le difficoltà familiari, l’accoglienza. Mi guardano e annuiscono, convinti.

Un momento particolarmente intenso è stato quando due classi di terza elementare hanno fatto il minuto di silenzio per la tragedia di Lampedusa proprio davanti alla tela “Emigrazione”.

 Davanti al quadro verde della “Speranza”, spiego che il villaggio aspetta l’acqua ma che non è ancora arrivata, chiedo loro da cosa si capisce e loro, dopo averci pensato un attimo, fanno a gara con entusiasmo “Non c’è l’azzurro!”.

 Finito il giro concludiamo con il laboratorio sul recupero: creare un salvadanaio da una bottiglia vuota di plastica.

 I bambini decorano le orecchie e le zampette del loro maialino-bottiglia, mentre le maestre sono entusiaste della visita e mi raccontano che un bambino con difficoltà di apprendimento è stato particolarmente vivace e partecipe durante tutta la mostra.

Alla fine del Laboratorio è l’ora di partire, li invito a tornare con i genitori e molti di loro li ho visti tornare la domenica seguente per presentare ogni quadro a mamma e papà.

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